Guido Mina di Sospiro, Il fiume, Rizzoli 2003, pagg. 374, 15 euro

recensione di Claudio Ughetto
IL PENDOLO
Questo libro porta la dicitura “romanzo” in copertina, ma potrebbe essere definito in svariati modi: poema in prosa, libera riflessione storica o ecologica… ma forse sarebbe più adatto parlare di “autobiografia”: qui è il fiume Po, che preferirebbe essere chiamato “Eridano”, a raccontarsi dalla nascita ai nostri giorni. Si racconta a noi, uomini di questo tempo, partendo dagli albori del mondo, ma quando arriva all’attualità abbandona gli ultimi residui mitofiabeschi, i giochi erotici con gnome e ninfee, sebbene disturbati a tratti dalla presenza umana, con la quale è difficile convivere, e riserva i lamenti più lancinanti di fiume costretto alla rettilineità quando gli sarebbe naturale procedere in modo irregolare e curvilineo. “Una parola riassume quel che è stato fatto a me e a tutti i fiumi principali del mondo: cementificazione” ci dice. Più recente è l’inquinamento, che l’ha ridotto ad uno dei fiumi più inquinati d’Europa.

L’ultima parte, a dire il vero, pur rappresentando uno sfogo legittimo che noi umani dovremmo considerare , non è la meglio riuscita. Più seducenti sono le pagine della nascita, quando “il tempo era appena cominciato” e dal ghiacciaio partono i rivoli d’acqua che convogliano in uno solo scendendo giù per la valle. Una goccia sale verso l’alto per vedere il panorama e improvvisa un dialogo con le Montagne Maggiori1. Avvertiamo quell’empatia che caratterizza il fiume per tutta la sua lunga esistenza, caratterizzata dalla percezione d’ogni elemento della natura, dell’essere fiume come insieme di particelle ma anche di potersi introdurre in ogni luogo, così da percepire la molteplicità del vivente (i colori non sono come li percepiscono gli umani, ci dice, ma molto più vividi e “saturi di luce”), dalla possibilità di chiacchierare, e talvolta interagire, con le creature che abitano dentro e intorno a lui. Creature che non sono soltanto quelle percepite dal nostro occhio, classificate dalla zoologia, dalla botanica o dalla microbiologia: ci sono gnomi che cercano i diamanti nelle caverne, gnome che si bagnano nelle acque del fiume (e lui ne approfitta, col loro consenso per amoreggiarci) ninfe, ondine che riescono a vivere solo il presente. Troviamo il Vecchio Gnomo e sua moglie, Ariosetta e il serafino Methratton, Syringa che per sfuggire a Pan è trasformata in canne e le canne unite nel Flauto di Pan, l’inquieta Salmacis che si sperimenta donna nell’antica Roma e è stuprata da Mercurio. 

Mito e storia, fiaba e cronaca s’intersecano in questa autobiografia, mettendo insieme svariate creature reali e immaginarie, tutte parlanti, ovvero ricorrenti ad una comunicazione, quella “verbale”, che in natura, ma anche nella cultura (antropologicamente intesa) rappresenta in minima parte l’insieme degli scambi tra i viventi. Si tratta di un testo scritto, d’altronde, e non potrebbe essere diversamente. Tuttavia, talvolta meglio di certi romanzi, quest’autobiografia ci trasmette delle emozioni inedite, come se l’empatia del fiume, questa percezione “panica”, talvolta molto sensuale, riesca a cogliere un nucleo più profondo che potremmo chiamare “Anima del mondo”.

L’uomo arriva tardi nella storia del fiume, e non ci fa una bella figura. All’inizio gli esseri umani sembrano destinati a soccombere perché deboli e poco adattabili, addirittura stupidi; poi, grazie alle donne2, che riescono a “catturare il fuoco”, cominciano ad evolversi. Un’evoluzione che va di pari passo con la violenza e il sopruso contro i propri simili e la natura tutta. Tutto dev’essere soggiogato, strumentalizzato, geometrizzato. Il prometeismo non tiene mai conto della contemplazione, dell’essere parte di un Tutto. Non si salva nessuno da questa analisi spietata: Attila corrisponde perfettamente alla vulgata storica che ne abbiamo avuta a scuola; Napoleone è presentato per quello che veramente è: non il civilizzatore dell’Europa, portatore dei valori progressisti, ma un giacobino distruttore di civiltà e culture, anticipatore di quella concezione della guerra che adesso va per la maggiore3; l’architetto romano Geometricus sfida il fiume riducendo tutto a formule, affidandosi solo alla tecnica; Leonardo Da Vinci potrebbe essere un buon artista, se non fosse una “enciclopedia ambulante”. Solo Botticelli, l’”interprete dei miti pagani”, colui che ritrae Salmacis nella Primavera, con la sua particolare sensibilità, rappresenta un tipo umano ideale.

Pur condividendo molte opinioni e sentendo l’incapacità della nostra cultura a percepire l’uomo come parte della natura, personalmente ritengo quest’antiumanesimo troppo generico. Possiamo sicuramente concordare sulla ridefinizione del posto dell’uomo sulla Terra: ne andrebbe anche a suo beneficio, poiché, per dirla con Bateson, il vivente, potrebbe rigenerarsi e recuperare la sua rigogliosità sebbene l’uomo dovesse smettere di esistere; ma è altrettanto vero che la visone “antropica” ha un ruolo essenziale, o può averlo, per dare senso, forma e importanza alla natura. La distruttività umana è sempre andata di pari passo al sogno di definire e valorizzare il paesaggio, rispondendo a dei canoni estetici talvolta persino funzionali. Basta leggere il bellissimo “Paesaggio e memoria”, di Simon Schama (Mondadori) per accorgersene. Ridurre l’uomo ad un essere capace solo di fare la guerra e di uccidere, di prevaricare e soggiogare tecnicamente, senza mai concedersi ad Apollo, non mi sembra in linea col paganesimo che sembra trasudare da ogni pagina del libro. Al contrario, si avvicina molto di più al testo fondante della nostra civiltà: quello che, pur ritenendo l’animo umano corrotto dal Male, invita nel Genesi a “soggiogare” tutte le creature sulla Terra4.

1  Monte Rosa soprattutto.
2 Le donne devono essere magiche” pensavano (i maschi) pag. 67. Questa attenzione al femminile, inteso come più vicino alla natura, contrapposto all’ottusità maschile è molto presente nel romanzo.
3 Chi è vicino alle Nuove Sintesi non può che condividere questo ritratto sulla linea di Simone Weil e Alain De Benoist. A pag. 365 troviamo: … <I style="mso-bidi-font-style: normal">fino a Napoleone la guerra <I style="mso-bidi-font-style: normal">fu un’attività da aristocratici, che in effetti appartenevano a una casta di guerrieri. Non era combattuta necessariamente allo scopo di ottenere la totale distruzione del nemico. (…) Dopo Napoleone la guerra divenne di massa, spinta sempre più dal reclutamento obbligatorio e dal fervore patriottico.
4 Se dal punto di vista immaginativo e letterario il libro ha una buona tenuta, mettendo insieme i grandi poeti latini e le fiabe popolari, la leggerezza di Calvino e una divulgazione scientifica discreta, dal punto di vista storico si scade talvolta in stereotipi da scuola dell’obbligo, ormai smentiti dalla moderna archeologia. Gli antichi Egizi, ad esempio, non hanno mai usato schiavi per costruire le piramidi, né (pare) il lavoro coatto. Alcuni archeologi sembrano addirittura convinti che essi non conoscessero lo schiavismo. Rimando comunque a “Il costruttore della Grande Piramide”, di Christine El Mahady (Corbaccio) che dà delle dimostrazioni rivoluzionarie, ma documentate e realiste (niente a che vedere con extraterrestri o civiltà scomparse); per una ricerca più tradizionale, che comunque smentisce l’uso di schiavi in quegli specifici lavori: “Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi.
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